L’INNAMORAMENTO.

Bentornati all’ultima parte della trilogia “E l’uomo incontrò il cane”, di Konrad Lorenz. L’ultima volta, nell’“avvicinamento”, abbiamo visto come uomo e sciacallo sono entrati in simbiosi, instaurando una collaborazione durante la caccia, seguita dalla premiazione in forma di cibo, che rappresenta il secondo passo verso la domesticazione del cane. Nel racconto d’oggi, invece, subentreranno finalmente le emozioni e con queste si compirà il terzo ed ultimo atto, l’innamoramento tra l’uomo e il suo cane, che oggi determina il nostro rapporto con loro. Ecco come, secondo Lorenz, le cose potrebbero essere andate…

“Probabilmente il cane era già domestico quando gli uomini cominciarono a vivere sulle palafitte, oppure lo è diventato nel corso di quel periodo. Si può immaginare che un giorno una donna, o una bambina che voleva ‘giocare alla bambola’, abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. Forse quel cagnolino era l’unico sopravvissuto di una cucciolata caduta vittima di una tigre. Il cucciolo piangeva, ma nessuno si occupava di lui, poichè evidentemente la gente a quel tempo aveva ancora i nervi d’acciaio. Ma, mentre gli uomini erano occupati a cacciare nelle foreste e le donne erano intente alla pesca, una bimbetta seguì quel lamento e trovò in una grotta il cucciolo, che le venne incontro senza timore sulle zampette ancora incerte e cominciò a leccarle le mani protese. Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sè, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni. Gli impulsi materni da cui nascono tali gesti sono infatti antichi come il mondo. E così la bimba dell’età della pietra, imitando all’inizio come per gioco ciò che ha visto fare dalle donne adulte, gli ha dato da mangiare, e l’avidità con cui la bestiola si è gettata sul cibo che le veniva offerto l’ha resa felice, come sono felici le nostre mogli e madri quando gli ospiti mostrano di gradire il loro cibo.
Insomma, la gioia è immensa e quando i genitori fanno ritorno trovano, sorpresi sì ma per nulla entusiasti, uno sciacallino più che sazio. Naturalmente il rude guerriero vuol buttare subito in acqua la bestiola, ma la figlioletta piange e si aggrappa singhiozzando alle ginocchia del padre, che traballa e lascia cadere il cucciolo. Quando vuole riprenderlo, il piccolo è già di nuovo al sicuro nelle braccia della bambina, che se ne sta nell’angolo più oscuro della capanna, tutta tremante e con il faccino inondato di lacrime. E poichè anche i padri dell’età della pietra non hanno mai avuto un cuore di pietra con le loro figliolette, il cucciolo finisce col rimanere. Grazie al buon nutrimento, esso diventa presto un bell’animale robusto e di grandezza superiore alla media. Mentre da principio ha seguito fedelmente a ogni passo la bambina con attaccamento infantile, una volta cresciuto si fa evidente nel suo comportamento una trasformazione. Sebbene il padre, capo della tribù, non si occupi affatto del cane, questo segue sempre di più l’uomo e non la bambina. È l’epoca in cui, se fosse cresciuto in libertà, si sarebbe staccato dalla madre. Fino allora la bambina ha avuto nella vita del cucciolo il ruolo materno, ora tocca al padre assumere quello del capo branco, l’unico a cui va la fedeltà e l’ubbidienza del cane selvatico adulto. Da principio l’uomo non sa che farsene di questo attaccamento, ma ben presto si avvede che l’animale completamente domestico è a caccia assai più utile degli sciacalli semiselvatici, che si aggirano sulla riva davanti al villaggio di palafitte, che temono ancora il cacciatore e spesso scappano proprio quando dovrebbero puntare e fermare la selvaggina. Ma anche con questa il cane domestico è più risoluto dei suoi fratelli selvatici; la vita nell’ambiente protetto della capanna lo ha fatto crescere al riparo da amare esperienze con animali più grossi. In breve tempo il cane diventa il favorito del capo con gran dolore della bambina che riesce a vedere il suo compagno di giochi di un tempo soltanto quando il padre è a casa – e i padri dell’età della pietra stavano spesso lontani a lungo. Ma in primavera, quando gli sciacalli fanno i piccoli, una sera l’uomo torna a casa con un sacco fatto di pelli in cui qualcosa si agita e squittisce. E quando lo apre… la bambina dà in grida di gioia perchè ai suoi piedi sono rotolati quattro lanosi batuffoli. Solo la madre rimane seria e pensa che anche due sarebbero bastati.
Chissà se tutto è andato veramente così? Nessuno di noi c’era, questo è vero, però, da tutto ciò che sappiamo, potrebbe proprio essere andata così.”