LA VERSIONE DI BARNEY.

- Presentati: Mi chiamo Barney Ettore Baruch (detto Barney). Ho quasi un anno, sono allegro, riflessivo e ottimista, ma anche piuttosto saggio nonostante la giovane età. La mia vita è iniziata nella tragedia, ma poi la sorte è stata decisamente benevola con me. Dopo una serie di peripezie, il destino ha voluto che incontrassi la mia attuale Padrona, un tipo alquanto eccentrico ma in fondo di buon cuore. Il nostro è stato un coup de foudre. Ci siamo visti e presi in un attimo, proprio come nei grandi romanzi d’amore. E se talvolta ci mandiamo al diavolo e non ci sopportiamo per delle quisquilie, l’amore che proviamo l’uno per l’altra è fuori discussione. Volete che mi presenti? Per raccontarvi chi sono, cari Amici di lovedogblog, dovreste conoscere la mia storia; una storia che parte da lontano ma di cui vi racconterò solo l’inizio. Anche perché sto scrivendo un libro a quattro mani (anzi, a due mani e a due zampe, per essere precisi) che, ne sono certo, diventerà un bestseller. Non pensate però che mi sia montato la testa e che mi consideri chissà quale grande scrittore. Se mi sono messo a scrivere è tutta colpa, o meglio, è tutto merito della mia Padrona che di mestiere fa la scrittrice e mi ha coinvolto in questa nuova avventura. Mi ha insegnato a riflettere sulle cose del mondo che a mia volta ho imparato ad elaborare e poi ad esprimere a voi umani. Lei mi fa delle domande e io le rispondo. Ci parliamo attraverso gli occhi, i miei guaiti (che lei scioccamente liquida come «pigolii»), le sue parole e i nostri gesti. Ogni mattina, per un paio di ore, lei scrive al computer quello che ci siamo detti (e che io ovviamente ho approvato), mentre sto acciambellato in tutto relax ai suoi piedi. Ormai siamo a buon punto e l’editore, con il quale abbiamo siglato un contratto, sta aspettando con impazienza il manoscritto. Eccovi dunque, cari Amici di lovedogblog, un piccolo assaggio che vale come mia presentazione.
Sono nato nelle campagne intorno a Cluj-Napoca, la vecchia capitale della Transilvania, a nord-ovest della Romania. Il mio primo ricordo è di un casolare isolato e gelido, incastonato in mezzo alle sterpaglie ostili. Ero insieme ai mie fratellini, Otto e Dix. La nostra mamma non c’era, degli uomini se l’erano portata via una mattina fredda di gennaio. Non avevamo mai visto uno spazio aperto e tanto meno la luce del sole. Solo quello stanzone squallido, umido e maleodorante, illuminato occasionalmente da una tetra illuminazione artificiale. In genere stavamo al buio, spezzato di tanto in tanto da qualche spiraglio di luce che si faceva strada attraverso una feritoia insieme ad uno spiffero di aria gelida. Nel casolare, insieme a noi fratellini, piangevano decine e decine di cuccioli, alcuni di pochi giorni, altri più vecchi, al massimo di qualche mese. A tutti avevano portato via la mamma. Eravamo piccoli, disperati, avevamo freddo, fame e tanta paura. Cercavamo di stare più vicini possibile per scaldarci e rassicurarci a vicenda. Condividevamo la stessa triste sorte. Una notte, ricordo che c’era la luna piena, un uomo enorme vestito di nero entrò nel casolare imprecando. Aprì la porta di legno con un calcio, accese la luce, e con un’espressione di disgusto sputò per terra. La sua mano mostruosa e viscida afferrò uno di noi, e poi, sempre imprecando, lo scaraventò con forza sul terriccio fangoso. «Bestiacce – imprecò sferrando calci a destra e manca colpendo i malcapitati che gli correvano tra i piedi – venti di voi devono partire per l’Italia. Mi tocca scegliere i più belli e i più forti. Pauh! Forza, largo schifosi, fatevi vedere, maledette bestiacce». L’uomo soppesò, valutò e misurò i cuccioli uno per volta adottando una selezione sommaria e impietosa. Scelse quelli che a suo avviso erano idonei alla partenza e li infilò senza troppi complimenti in una gabbia angusta e arrugginita. Gli altri li ributtò con violenza per terra, incurante di provocare loro brutti colpi e profonde ferite. Fra i cuccioli si era seminato il panico, c’era chi abbaiava con tutto il fiato che aveva in corpo e chi guaiva terrorizzato. Sembrava di essere in un girone dell’inferno. Io me ne stavo rintanato in un cantuccio e non fiatavo. Avevo imparato fin da subito che stare zitti era una buona norma. «Ne manca uno e siamo a posto – sogghignò l’uomo e prese a guardarsi intorno -. Chi sarà mai il fortunato? ». I suoi occhiacci dilatati perlustrarono il pavimento illuminato dalle luci artificiali. Io, che ero già minuscolo di mio, mi feci più piccolo che potevo e immaginai di essere invisibile. «Sei invisibile, sei invisibile», ripetevo a me stesso tremando come una fogliolina al vento. Ma gli occhi malvagi dell’uomo si posarono proprio su di me. «Toh, – bofonchiò tra l’astioso e il sorpreso – e chi è questo qui? Ma guarda un po’ che manto curioso, ricciolino e color miele, chissà da dove sei venuto fuori tu». Rimasi immobile e tenni gli occhi bassi quando mi sentii afferrare per una zampina. Provai un dolore lancinante ma non emisi un solo gemito. L’uomo rise sguaiato e mi buttò nella gabbia. «Piacerai a quelle italiane tutte lusso e sfarzi, nanetto. Ti aspetta una vita da principe. Buona fortuna», disse e sbottò in una risata oscena. Il resto ve lo potete immaginare. La gabbia finì nel cofano di una macchina e noi viaggiammo per due giorni ammassati l’uno sull’altro senza mangiare e senza dormire, terrorizzati, e con una ciotola di acqua sporca che l’uomo riempiva, se si ricordava, durante le soste del viaggio. Quando arrivammo a destinazione cinque di noi erano morti assiderati o schiacciati. Io avevo la zampina rotta, me l’aveva spezzata lui, l’uomo nero, senza alcuna pietà. In seguito l’ortopedico della mia Padrona me la ingessò, ma purtroppo sono rimasto lievemente zoppo. Niente di grave, per l’amor del cielo, anche se, detto fra noi, la cosa un po’ mi dispiace. Se fosse per me salterei dalla mattina alla sera, ma la zampina dopo un po’ mi fa male. La mia Padrona mi dice sempre che mi devo contenere se no da anziano avrò l’artrite a causa della mia postura sbagliata. Quando mi vede un po’ irrequieto o giù di morale, mi consola dicendo che come sportivo non sarò mai un campione ma che ho delle buone chance di diventare un cane intellettuale. Sostiene che questo mio leggero zoppichío mi si addice, che mi conferisce fascino, un certo nonsoché. Uno status, insomma. «Anche Leopardi zoppicava, tesoro», mi rassicura ogni volta accarezzandomi la testa. Adesso comunque non ci faccio più caso, anche perché ho scoperto di avere la stessa andatura sbilenca della mia Adorata Padrona che cammina tutta proiettata in avanti come un aereo in perenne fase di decollo.
Sopravvissi miracolosamente insieme agli altri quattordici cuccioli. Arrivammo a Milano sporchi, affamati e incapaci di reagire. Lacrime silenziose scendevano nel mio cuore e il naso mi prudeva. Ancora oggi, quando penso alla mia mamma, ai miei fratellini che sono rimasti in Romania e ai miei cinque compagni di viaggio morti, il naso mi prude. Da allora, ogni volta che mi prude, lo strofino sulla mia zampina infortunata, come per rinnovare il mio dolore. Mi immergo nella mia sofferenza, attraverso tutte le fasi dell’angoscia, della disperazione e della tristezza e poi risorgo purificato, pronto a riaffrontare la vita con coraggio. Anche la mia Padrona ha capito che quando mi strofino il naso sono triste. Ma poi mi passa, perché la Padrona e io dobbiamo rimanere in perfetta forma fisica e mentale per la nostra missione: salvare i cuccioli da questo immondo traffico di compra-vendita. Il resto della storia, cari amici di lovedogblog, lo potrete leggere presto nel nostro libro di prossima pubblicazione. Riguardo alle altre domande, ecco delle brevi risposte.
- Una cosa che adori: Una sola??? In ordine di preferenza: primo, la carne di pollo bollita (meglio fegatini di pollo) con riso stracotto e lavato. Secondo: le carezze della mia Padrona dietro le orecchie. Terzo: correre al parco…
- Una cosa che odi: Una sola??? Dormire nel letto della mia Padrona (a ciascuno il suo posto!); quando mi parla con una voce da bambina scema; quando non mi lascia tempo sufficiente per fare i miei bisognini con calma; le salviettine allo zenzero che usa per pulirmi muso e zampe; i toelettatori poco delicati.
- Il superpotere che vorresti avere: Volare. Vorrei essere Super-Barney che salva i cagnetti infelici in tutto il mondo. Ma, come vi ho detto, mi sto dando da fare anche senza i super-poteri.
- Musica: Mi piace molto Enia (mi calma), i mantra buddhisti (la mia Padrona me li ha fatti conoscere e ora li ascoltiamo insieme in religioso silenzio) e impazzisco di gioia quando la mia Padrona mi canta “La canzone del Biscotto” da lei medesima ideata e composta (testo e musica): «Bi-bi-biiiiiiiiiiii-Biiiiscottooooo per il mio Barney. Bi-bi-biiiiiiiiiiii-Biiiiscottooooo». Potrei ascoltarla per ore e ore. J’adore!
- Raccontaci un aneddoto: Ne avrei tanti, tanti ma tanti. Ve ne racconto uno, quello del barboncino. Io non so se sono di razza o meno, ma sono un bel tipetto, portamento fiero, codina eretta, un po’ claudicante ma, come ha detto la mia Padrona, è un vezzo che mi conferisce un certo fascino. E comunque assomiglio a un barboncino o giù di lì. Un giorno, durante la mia passeggiata quotidiana ai giardini, la mia Padrona e io abbiamo incontrato una signora con una barboncina bianca incantevole. All’epoca (qualche mese fa), avevo sette mesi, ero di fatto in piena pubertà. Ho tirato il guinzaglio e la mia Padrona – che mi asseconda sempre se non vede quelli che lei ritiene dei «pericoli in agguato» -, mi ha lasciato correre verso la mia Bella Pelosina. La signora le ha dato uno strattone e ha guardato con gelo la mia Nobile Padrona.
«È maschio?» -, l’ha apostrofata con tono aggressivo.
»Sì – ha replicato soave la mia Padrona – un maschietto con la “M” maiuscola, ci sono problemi?».
«Certo che ci sono – ha risposto la Signora Iena con una smorfia -, la mia Trudi gioca solo con cani della sua razza. E il suo non mi sembra un barboncino».
«In effetti non so se è un barboncino vero vero vero. Ma il mio Barney è di sicuro il cane più bello del mondo» – le ha risposto la mia Divina Padrona adottando un’espressione molto snob (bene come solo sa fare lei) per poi rivolgersi a me:
«Andiamo Barnyno mio, Splendido Cagnino Splendente, vedrai che troverai un’altra Bella Pelosina degna di te».
Adoro la mia Padrona quando mi parla così e quella signora è una brutta razzista. Con incedere dondolante e scoordinato, la mia Padrona e io ci siamo allontanati trotterellando a testa alta. E chi ci ferma a noi due?

  • Anonymous

    Bellissimo! Detto da una che non ama i cani (a differenza di mio figlio, preparati bella mia, maggio si avvicina!!), direi che è un gran complimento!!!