IL BREVIARIO E LE SUE BESTIE

… Il varco, il gate fra le specie si aprirà ancora. Ci sono storie rivelatrici e anche entusiasmanti, a proposito di questa problematica possibilità di comunicazione fra mondi diversi. Quella che mi piace di più me l’ha raccontata qualche anno fa Filippo Di Giacomo, un mio coetaneo che ha fatto il missionario nell’Africa nera, anzi nerissima, per dieci anni, e forse per questo ha conquistato un senso superiore della natura e delle sue imperscrutabili leggi.
Dunque c’era il parroco cattolico di una parrocchia congolese (parrocchia importante, conosciuta in tutto il continente perché da lì venne fuori il primo vescovo africano), che dopo la scuola ai ragazzini, nei lunghi, ipnotici pomeriggi subequatoriali che lentissimamente sfumavano verso una notte nera e calda, amava intrattenersi con i suoi animali. Il breviario e le sue bestie. La preghiera, i lavoretti e i suoi animali. Aveva, o gli girava intorno, un’arca di Noè. Due cani, alcuni gatti, qualche decina di pappagalli, un paio di scimmie, un’antilope, un elefante femmina di media taglia, una giraffa che veniva a raccogliere un po’ di cibo, due caprette e altre imprecisate creature del Signore che nella parrocchia avevavo trovato cristiana accoglienza e semplici gesti d’affetto.
Si trattava di una specie di piccolo paradiso. Solo che il parroco si ammalò, era ormai molto anziano, e dopo una breve malattia morì, con tutti i suoi cari animali intorno. Prepararono una bella cerimonia, un funerale come si meritava il parroco della parrocchia più bella dell’Africa selvatica. Allorché tutto fu allestito, il carro funebre, una vecchia Mercedes grigia da un milione e mezzo di chilometri, cominciò la marcia di avvicinamento alla chiesa, lungo un vialetto dove erano schierati gli allievi della scuola elementare, gli studenti superiori e i fedeli.
E qui, a pochi metri dal sagrato, o già sul sagrato stesso, mentre quattro uomini si accingevano a portare il feretro davanti all’altare, uno degli animali lanciò un grido. Sarà stato un odore, un ricordo, un riflesso condizionato, un’eco pavloviana, un riemergere di una coscienza preistorica, sarà stato quello che volete.
Forse l’eco triste di una voce di donna, un gemito. I materialisti pensino pure alla fisiologia, alla fame. Ma sta di fatto che a quel grido, o a quel barrito, rispose un muggito, e poi un altro, e poi un abbaio, un miagolio, un belato, uno stridio. Sicché in pochi momenti si scatenò un coro stonato, che poi invece si rivelò un pianto corale, come se tutti gli animali dell’Africa volessero piangere il loro amico, e fargli sentire quel loro pianto, che forse era il pianto di tutta l’Africa e raccoglieva come in una pioggia d’amore tutte le lacrime del mondo, lacrime calde, lacrime dolci, lacrime di quella strana famiglia d’erbe e d’animali di cui dovremmo far parte anche noi, con tutto il nostro dolore spesso senza senso e senza suono.

Tratto da “E poi chi lo porta fuori il cane?” di Edmondo Berselli.